"Ma, quando niente sussiste d'un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo."
(M. Proust)

15 settembre 2010

ma ti sto sullo stomaco?



Ovvero come cucinare, mangiare e, guarda un pò, DIGERIRE, verdurine pericolose come peperoni e cipolle.


Non so perchè debbano esistere vegetali belli, buoni, che fanno bene e ma non si digeriscono. A rigor di logica non si dovrebbe digerire la sugna, il salame con l'aglio, chessò la carne di gnu marinata nel baobab. Dura la vita del salutista pseudo vegetariano.
Per fortuna ci sono sistemi per rendere digeribile ciò che non lo è (molto).
Mammà mi ha suggerito anni fa un metodo infallibile: saltare il peperone in pochissimo olio, a pezzettoni e per pochi minuti in modo che resti croccante. Aggiungere un cucchiaio di aceto balsamico e salare. In questo modo diventano commestibili anche per il mio stomachino, e si possono servire sia caldi che freddi. L'aceto balsamico non è acido, dunque gli infidi ortaggi così preparati possono essere un contorno abbastanza versatile, da abbinare a formaggi, uova e carne.



La cipolla per me è ancora difficile. Non parlo di quelle enormi, dolcissime e assolutamente digeribili che si trovano a Giarratana, in provincia di Ragusa. Dico le cipolle bianche, rosse, dorate, i cipollotti freschi, lo scalogno. Niente, quelli ripropongono.
Ma.
Un paio di grosse cipolle bianche, meglio se fresche, stufate a fuoco dolcissimo con un goccio d'acqua fino a quando non sono tenere  senza olio senza sale senza nulla, sono la base perfetta per la frittata, deliziosa, dolce ma letale se cotta diversamente.
Non v'è chi non sappia fare una frittata, dunque non vi spiegherò che ci vorranno quattro uova leggermente battute , un pizzico di sale e del pepe nero. Nè vi dirò di tentare la sorte e girarla al volo a metà cottura!

Servire, per essere davvero temerari, le due preparazioni combinate, tiepide. Con il bicarbonato a portata di mano!
(PoveraPazza)

14 settembre 2010

quattro profumi per un pesce (marin-ato)

Avere un blog di cucina presuppone un certo impegno ai fornelli. Dedizione, studio, creatività.
Però.
Ci sono giorni in cui la dedizione latita, altri in cui la creatività è pari a zero, altri ancora in cui tutto ciò che hai studiato in anni e anni di scuole di cucina non ti serve a nulla.
Per esempio una domenica mattina post concerto, apri il frigo e ti accorgi che l'ingrediente che il tuo fedele scudiero avrebbe dovuto procacciarti NON C'E'. Le capesante, ubi sunt?
 Non si son potute trovare, sostituite da tonno fresco che avevamo tutti pensato di non mangiare più, come il cugino in scatola. Ormai c'è, se ne dovrà fare qualcosa. Il solito tonno-scottato-al-sesamo ha fatto il suo tempo, dice lo scudiero. Vabbè, mariniamo e intanto pensiamo all'India anche se con la marinata non c'entra niente e non c'è neppure l'ombra di un curry in giro.

Per la marinata: succo di un lime, 2 cm circa di zenzero grattugiato, un cucchiaino di semi di coriandolo pestati, peperoncino in polvere, un cucchiaio di olio di sesamo.
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Adagiare il pesce (in questo caso tonno, ma immagino che tutto il pesce con una certa consistenza andrà bene) nella marinata,  coprire con una pellicola e lasciar riposare in frigo fino a che non saranno pronte le verdure (una trentina di minuti).
Far saltare brevemente e in poco olio le verdure di cui si dispone (peperoni, cipolla, zucchine ad esempio).  Nella stessa padella, scottare per 3-4 minuti per parte i tranci di pesce, fino a quando coloriranno leggermente. Salare e pepare. Servire con le verdure preparate e del riso basmati semplice.

 E' risultato un piatto allegro e profumato, in linea con la temperatura - per fortuna - ancora estiva.
Mica vi pentite, se lo fate.
(PoveraPazza)




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10 settembre 2010

mistificazione di tacchino

Volevo principiare con questo post l'enclave della cucina d'acchiappo. Ma chi ha acchiappato con questo sformatino è la nostra PoveraPazza (già so che la memoria moralizzatrice la farà sperguirare). Lancio allora il sasso nello stagno e nascondo la mano rimandando al futuro i miei amari casi di cucina seduttiva.
Se siete in vena di mirabili mistificazioni questo è il post giusto. Il tacchino citato nel titolo è talmente manipolato da mascherare ogni evidenza di tracciabilità rispetto al pennuto del thanks giving. Se non vi tradite con una didascalica elencazione degli ingredienti, la salsa vegetale copre con una coltre di menzognera leggerezza la materializzazione dell'apporto calorico utile per affrontare un paio di giornate di lavoro in miniera. E non ultimo, potete tirarvela a buon mercato come praticanti di cucina sofisticata.
E' un cavallo che scorrazza nelle mie tavole come il quadrupede bianco della Vidal da almeno 15 anni e che, esperienza rara nella vita, non m'ha mai schiaffeggiato con uno sfacciato tradimento.


Lo sformatino è un sarcofago rosato di tacchino omogeizzato che cela un composto di piselli e funghi, coperto da una salsa di scalogno. Se proprio siete degli impuniti lo fate ergere come una ziggurat in un piatto bianco che si distende ampio come una spianata mediorentale. E cinecittà è servita.

Per circa 6-8 sformatini.

Per il sarcofago si deve frullare mezzo chilogrammo di polpa di tacchino con 300 ml di panna liquida fresca, due albumi d'uovo, sale e pepe. Le vestali del Kitchen Aid o le sacerdotesse del Kenwood, come le vergini sagge, non si troveranno impreparate (il Bimbi non lo cito per non provocare scomposte reazioni dei miei coautori).
Io mi arrangio, non senza diffficoltà, con un minipimer. Non è infrequente che brandendo il fallico attrezzo con mimica onanistica, quando il composto si fa più vischioso, l'operazione  non trovi soddisfacente epilogo per il surriscaldamento delle meccaniche. Le lame smettono di ruotare e simultaneamente inizierà a girarvi la guallara (in senso metaforico o fisico a seconda del corredo genetico).
I vecchi modelli di minipimer erano infaticabili. Preferivano schiattare come kamicaze giapponesi piuttosto che lasciarvi a lavoro incompiuto. Le nuove generazioni no. Appena percepiscono un affanno si bloccano e voi aspettate che si riabbiano con tutto l'agio necessario (il loro naturalmente). O tempora o mores.

Prendete degli stampi di ceramica del diametro di 8-10 cm. Gli stampini vanno imburrati e le pareti unte vanno cosparse con un trito di erba cipollina (è un dettaglio molto importante).
Le pareti e il fondo vanno poi rivestite con l'omogeneizzato riservanndone una parte per coprire poi ciascuno stampo con una calotta dopo che la farcia è stata inserita.

Per la farcia 100-150 g di pieselli sbollentati, 100-150 di funchi champignon tagliati a lamelle, un cipolloto di buona dimensione (il cipollotto è più delicato della cipolla).
In una padella con una noce di burro si deve far appassire il cipollotto tritato unendo per pochi minuti i piselli e i funghi. Salare e aggiungere della paprika dolce. Si unisce poi della panna liquida fresca (150-200 ml) ed un uovo battuto amalgamando per pochi secondi il composto spenedo quasi immediatamente il fuoco.
La farcia va distribuita negli stampini rivestiti di omogeneizzato e tappati con la calotta di omogeineizzato.

Gli stampini vanno coperti uno ad uno con carta da forno bagnata e strizzata. La cottura va fatta in forno a bagnomaria per mezzora ad una temperatura di 200°.

L'ultimo passo è la preparazione della salsa di scalogno che viene ottenuta frullando due scalogni precedentemente lessati, due tuorli d'uovo lessati (gli albumi sono serviti per il tacchino), abbondante prezzemolo ed olio extravergine di oliva



Una volta cotti, immediatamente prima di servirli a tavola rovesciate gli sformati sul piatto e irrorateli di salsa di scalogno. La salsa di scalogno essendo amarognola si sposa con garbo al sapore più dolce dello sformatino. Usualmente li accompagno ad un pomodoro gratinato per giocare di contrasto cromatico.

(ViPeron)








7 settembre 2010

Hvarska gregada - guazzetto di pesce


Le vacanze sono finite, miei cari. Progettiamo già al prossimo viaggio (speriamo) e intanto ripensiamo ai colori e profumi che abbiamo appena scoperto.
La meta estiva è stata Hvar, un'isola della Dalmazia meridionale, che avevo voglia di conoscere fin dai tempi delle Lune di Hvar di Lalla Romano. Bella e mondana in un suo modo rustico e senza pretese.
Ci sono isoline minuscole, davanti a Hvar città, dove si va a far il bagno e ad annusare l'odore dei pini.
Non amo raccontare le vacanze, prendetevi giusto un assaggio di atmosfera e, se volete, del piatto tipicerrimo del luogo, la gregada.
E' uno stufato di pesce, come si trova in tutti i luoghi che hanno mare intorno e sopra e sotto.
Semplicissimo e veloce da fare, a patto di avere la materia prima fresca a dovere!
E' poco fotogenico, lo stufatino. Forse lo rifarò in versione più glamour, ma per il momento dovete prenderlo così com'è: pranzo da pescatori.
Gregada, per quattro persone:
1 Kg di pesce misto, quello che si è trovato nella rete o sul banco del pescivendolo, freschissimo (da noi c'erano orata, merluzzo, gallinelle ma andrà bene tutto)
4 cipolle bianche
4 patate grandi
prezzemolo, alloro, aglio
vino bianco
olio d'oliva
Il procedimento è davvero un non-procedimento: si pulisce il pesce lasciandolo intero o eliminando la testa (lì a me l'hanno portato intero e così l'ho riprodotto), sbucciare patate e cipolle e tagliarle a rondelle non troppo spesse.
Sul fondo di un tegame abbastanza largo da contenere il pesce comodamente, porre in un filo d'olio le cipolle l'aglio, una foglia di alloro e far andare per un paio di minuti. Disporre il pesce sopra, in uno strato unico e far andare ancora.
Nel frattempo sbianchire le patate in acqua bollente salata e poi trasferirle sopra il pesce.
Bagnare con circa 200cc di vino bianco e lasciare evaporare l'alcol. Aggiungere tanta acqua quanta serve per coprire appena il pesce e le verdure. Non mescolare mai, scuotere leggermente il fondo del tegame, se serve. In questo modo il pesce resta intero. Aggiustare di sale e pepe.
Serviranno venti minuti per portare a cottura il tutto. Spolverare di prezzemolo tritato, lasciar riposare qualche minuto per far amalgamare i sapori e servire.
Con questa ricetta partecipo alla raccolta fornelli in vacanza di Cook and the City (ciao Sara!).



Stari Grad
Uccellino!!
Hvar
Vi lascio qualche scatto assortito dei villaggi e della loro atmosfera medievale.
Andateci, vale la pena. E il mare è blu-blu!
(PoveraPazza)

Stari Grad

Stari Grad

2 settembre 2010

verdure verticali al forno

Settembre mi piace. Il cielo è limpido, l'aria frizzantina, la luce brillante. Ancora -per poco- estate, ma con una punta di malinconia autunnale.
Ho voglia di colori squillanti, indossati e mangiati, prima del marrone-fungo di ottobre.
Se poi ci sono ospiti da nutrire, inventiamoci un piatto da preparare inanticipo, così lo trovano per pranzo e l'organizzazione è minima. Siamo pure sempre in clima di ripresa lenta, ma lenta.
Dunque verdure verticali.
Per una teglia di dimensioni normali io ho usato:
4 melanzane lunghe
5 pomodori tipo San Marzano, maturi ma sodi
4 zucchine non troppo grandi
una manciata di olive taggiasche
timo e santoreggia
4 fette di pancarrè senza crosta
qualche foglio di carta da musica
qualche cucchiaiata di formaggio grattugiato (nel mio caso Ragusano)
un filo d'olio
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A voler essere proprio precisi le melanzane andrebbero salate e lasciate sgocciolare ma io non lo feci e son venute buone uguale.
Il procedimento è intuitivo: tagliare tutte le verdure a rondelle spesse
Sfogliare timo e santoreggia
Tritare il pancarrè dopo averlo privato della crosta, mescolarlo alle erbe e al formaggio
Ungere d'olio una teglia, foderare il fondo con la carta da musica e poi comporre degli ziggurat alternando le verdure al pane, secondo il vostro estro e finendo con quest'ultimo e un'olivetta che poi rovinerà al fondo appena muoverete la teglia, ma vabbè.
Condire con poco sale e un filo d'olio e infornare a 180° per una ventina di minuti.
A me erano avanzate verdure già tagliate e le ho sparse sul fondo della teglia, così, per non lasciarle da sole.
In cottura mi aspettavo che melanzane e pomodori avrebbero rilasciato la loro acquetta di vegetazione (da qui la carta da musica raccogli-umido).
Così non è stato, dunque a metà cottura ho bagnato con un dito d'acqua e bene ho fatto.
Servire tiepido, caldo, freddo, come vi pare.
(PoveraPazza)
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Ho caricato le foto ieri ma era già tardi.. Mica è sfuocata quella sopra?  Mi sa che stasera la cambio..

31 agosto 2010

Pasta fighetta con lo scorfano


Dopo TUTTA (si fa per dire, non illudetevi) questa vacanza, sono un pò post-arrugginita. Nel senso che non so da che parte cominciare a scrivere!
Ci provo?
Prima di partire, ad una delle mie cene del giovedì, ho servito dei fusilli di Gragnano con una salsa di pomodoro leggera e tocchettini di scorfano appena saltati.
Ne è venuto fuori un primo delizioso, profumato e colorato che ho fatto posare nel bicchierino nuovo nuovo, con la sua vezzosissima forma irregolare.
Ho usato un contenitore così piccolo perchè non ne è avanzato un piatto intero!
Per quattro persone:
320 gr di fusilli di Gragnano,
200 gr di filetti di scorfano, 
timo e santoreggia freschi
4 pomodori ben maturi
uno spicchio d'aglio 
una punta di cucchiaino di zucchero
un peperoncino
200 gr di passata di pomodoro
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Preparare una salsa leggera, facendo appena colorire aglio e peperoncino in olio d'oliva, aggiungere il pomdoro fresco a pezzetti e dopo qualche minuto la passata.  Far restringere, dopo aver corretto l'acidità con una puntina di zucchero. Aggiustare di sale e pepe. Passare al setaccio.
Nel frattempo lessare la pasta e, mentre cuoce, far saltare i filetti di scorfano a pezzetti, conditi con olio, sale e  pepe.
Scolare la pasta, mantecarla con la salsa preparata e completare con i dadini di scorfano e le foglioline di timo e santoreggia.
Servire.
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Non cucino spesso la pasta. A dire il vero non so perchè, devono essere i geni nordici che mi fanno preferire il riso o le zuppe. Pensare che un bel piatto di pasta dà una gran soddisfazione e ti risolve una cena. Prometto che d'ora in avanti diventerò pastifera. Ecco.
(PoveraPazza)






7 agosto 2010

pesche ripiene, mica madeleines


da oggi, 7 luglio 2011, la zia Mariuccina insegnerà le sue pesche ripiene, i capunit e la frittura dolce più buona del mondo a un nuovo pubblico. Piaceranno, lassù, sono sicura.
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Le pesche ripiene sono la mia infanzia, il dolce che mia zia Mariuccia ci faceva trovare ogni estate (l'inverno era rappresentato dalla crema per antonomasia oppure dalla frittura dolce due semplicissime ricette che magari mi proverò a ripetere, una di queste volte).
La zia è diventata un mito vero fra i miei amici per la sua totale incapacità di spiegare le cose. Come ViPeron ha ricordato qualche post fa, sua è la categoria metafisica del "ti regoli", in risposta alla mia richiesta di dosi e spiegazioni sulla pesca ripiena, appunto. E quanti amaretti? ti regoli! e quanto cacao "ti regoli!" e così via per una estate intera di tentativi falliti. Nessuna era come le sue, neppure queste. Ma forse le pesche ripiene della mia infanzia ormai sono entrate nel mito e niente le potrà eguagliare.
Dopo anni mi è tornata la voglia di rifarle, per la mia cena del giovedì.
Ah: la zia era categorica solo per un particolare. Bisogna usare le pesche che si spaccano da sole. Quelle che, ad un invito gentile, dividono anche il nocciolo in due. Mai viste. Ormai la pesca non è distinguibile dalla mela eccetera eccetera. Anche il mio spacciatore biologico lascia a desiderare.. 
Si deve pur campare, no? Procuriamo le mejo pesche che troviamo e facciamocele andar bene.
Per 6 persone:
*6 pesche gialle, non dure come sassi ma neanche troppo morbide
* 100 gr. di amaretti
* 2 tuorli (uso solo uova biologiche, non lo specifico neppure più)
* 3 cucchiai di cacao amaro
* 20 gr di burro più un po' per la teglia
e basta. Ho letto fantasiose ricette con uvette liquori mandorle. No, le pesche ripiene vere sono fatte così. Senza fronzoli e non creative. Deliziose, almeno per me.

5 agosto 2010

Pie di Nonna Papera. Una specie.


Ormai lo sapete, vi dico tutto.
Ho fatto emigrare una torta in Val d'Aosta. Era per un quasi-compleanno.
A me cucinare i dolci annoia. Sopporto a stento quelli con frutta oppure al cucchiaio o meglio ancora con frutta e al cucchiaio. Son gli unici che replico.
Mi è venuta voglia di quei pie che mi compravo dagli Amish, al mercatino biologico di Union Square il sabato mattina. Ho provato a rifarla, ma non è la stessa cosa. Non male, diversa però.
Il pie di Grandma Duck è ineguagliabile. Semplicemente.
(Ho visto una ricetta simile in rete qualche giorno fa ma, essendo ormai totalmente imbecille, non l'ho segnato e non riesco più a ritrovarlo per linkarlo - mi scuso con l'autore-autrice - )
Ho usato:
*220 gr. di farina 00 
*50 gr. di fumetto di mais 
*100 gr di burro freddo
*un baccello di vaniglia da cui prelevare i semi con un coltellino
* 3-4 cucchiai di acqua ghiacciata
*3 cucchiai di zucchero semolato
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per il ripieno: 4 mele golden delicious, 200 gr. di mirtilli, 2 cucchiai di zucchero muscovado e volendo anche 2 cucchiai di panna
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Sbucciare e tagliare le mele a fettine e farle stufare per dieci minuti, coperte, insieme allo zucchero.
Lasciar raffreddare ed unire i mirtilli ( i miei erano dei veri montanari selvatici) e volendo la panna.
Preparare la pasta mescolando farina e zucchero con il burro freddo, come per fare un crumble, formando quindi le bricioline che si impasteranno inumidendole con l'acqua fredda. Tutto, come si sa, deve essere molto veloce.
 La mia aggiunta della farina di mais si può evitare (si idrata meno di quella normale di frumento), era solo un vezzo ulteriore.
Formare una palla, coprire con la pellicola e lasciar riposare in frigo per una trentina di minuti o più (meglio, se fa caldo).
Riprendere la pasta, stenderne i due terzi, foderare una tortiera, bordi compresi, e far cuocere in bianco, dopo aver bucherellato il fondo con la forchetta, a 190° per dieci minuti senza far colorire.
Riempire con il ripieno di mele, ormai freddo.
Stendere la rimanente pasta, coprire il ripieno cercando di saldare il "coperchio" con i bordi del pie.
Volendo nonnapaperizzare, praticare i taglietti classici in centro per la fuoriuscita del vapore. Cuocere fino a quando la superficie non sia dorata: nel mio forno sono serviti altri 20 minuti a 190°, ma ognuno conosce i suoi polli.. Sorvegliare in modo che non si bruci, eh!
Siccome io avevo fretta di trasportarla l'ho sfilata quasi subito dal disco per farla raffreddare sulla gratella E HO PROVOCATO DELLE ORRIBILI CREPE sulla superficie. Non elegante, no.
Mi sentirei di sconsigliare l'operazione, potendo.
Però era buona. Almeno quello.
(PoveraPazza)
Si sente che sono stanca? Ho bisogno di vacanze, molto bisogno. Ma ci siamo quasi!!

3 agosto 2010

Mr. Paul, I suppose?

Che titolo macabro.. Trovo insopportabile la me stessa che non ce la fa a evitare una (facile) battuta..
Ma non ce la fa, appunto. Allora gioca sul povero Paul vaticinante e probabilmente già soggetto di insalata o umido o..
Oppure re di un acquario spagnolo (speriamo).
Gli ignoti folpetti che, loro malgrado, hanno reso possibile la leccornia qui raffigurata li piango come fratelli. Mi pento e mi dolgo, ma, buoni come sono, non posso promettere che non ripeterò il peccato.
Trattasi di uno stufato estivo, da mangiare freddo, di polpo, patate e peperoni.  Ispirato ad una ricetta di Cucina Italiana, riprodotto con minime variazioni.
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A me sono serviti:
2 polpi in tutto 1,5kg
1 peperone giallo e 1 rosso
300 gr di patatine rosse nuove
abbondante basilico fresco
alloro
olio d'oliva
1 cipolla di Tropea grande (la mia era novella)
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Da quando ho scoperto la cottura senza nulla, continuo a proporre polpi in ogni variazione possibile.
Un metodo che ha a che fare con l'uovo di Colombo, tanto semplice e fonte di tanta soddisfazione.
Si fa stufare la cipolla tagliata sottile in un cucchiaio d'olio a fuoco dolce. Si uniscono i polpi puliti e lavati e due foglie di alloro. No acqua. No sale. Niente. Si copre e si lascia andare a fuoco dolcissimo per 30 minuti.
Nel frattempo si puliscono i peperoni, si tagliano a dadi non troppo piccoli. Si lavano e tagliano le patatine con la buccia (se si usano patate non novelle va bene anche sbucciarle, ovviamente), sempre a cubetti.
Trascorsi i trenta minuti si uniscono i peperoni, e si lasciano insaporire per cinque minuti. E' poi la volta delle patate.
Sempre no acqua, no sale, no olio.
Si copre e si lascia cuocere ancora una ventina di minuti.
Come per la cottura tradizionale il polpo dovrà essere lasciato nella sua acqua a raffreddare.
Si scola intanto la verdura per evitare che il calore la cuocia ulteriormente.
A questo punto il cugino di Paul potrà essere scolato e tagliato a pezzetti, conservando le ventose. Si unirà, in una capace ciotola, alle verdure e a una bella manciata di foglie di basilico spezzate a mano. Una macinata di pepe e un filo d'olio buono completeranno il tutto.
Foste parenti delle capre, magari vi sembrerà che il sale ci voglia. Vi sbagliate. Non serve. E'inutile.
Sia il polpo che le verdure sono saporiti al punto giusto.

Con Sigrid, la prima che mi ha aperto il mondo della cottura "a secco" pensavamo di dar vita alla setta dei cuocitori di polpo senz'acqua.
Le iscrizioni sono aperte. Affrettatevi.
(PoveraPazza)

1 agosto 2010

Disastro e redenzione (con deus ex machina): polpette di melanzane.

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II PARTE: REDENZIONE (CON DEUS EX MACHINA)

Per godere appieno della catartica redenzione, caro e paziente lettore, ti toccherà rifare una capatina agli inferi e rileggerti l'oramai stantia cronaca del disastroso esperimento con le polpette esplosive perché troppo acquose.

Fatto? Bene, il resto della strada è in discesa. 

Ho colto l'occasione di una recente trasferta padana della imprecisa genitrice per costringerla a eseguire la preparazione delle problematiche polpette sotto i miei occhi attenti: con stupore ho constatato l'estrema  semplicità del procedimento. Santa donna! In fondo quel suo mantra: "stai tranquillo, è facile" aveva una sua  raison d'être.

Proseguo con ordine: per 12 polpette serviranno un chilo abbondante di melanzane lunghe (quelle tonde, per quanto più polpose, tendono a rilasciare più acqua),  pan grattato, due uova, un mix abbondante di parmigiano e pecorino grattugiati, sale, pepe, una generosa manciata di basilico, farina e 12 cubetti  dell'immancabile provola affumicata fresca, quella che i napoletani tenderebbero a integrare in qualsivoglia ricetta (persino ViPeron, una volta vittima della provola, nè è diventato schiavo: lo testimoniano i suoi ultimi post!).

In primo luogo, le melanzane vanno sbucciate. Mi sembra già di sentire i rimbrotti degli sdegnati adoratori  della mela insana che sanno - i buongustai - quanta bontà si celi in quel lucido tegumento violaceo. Beh, mantenete la calma:  se proprio non ce la fate a far transumare le bucce nell'umido, tagliatele a quadretti e friggetele: saranno un'ottima aggiunta a un intingolo a base di pomodori San Marzano "schiattati", aglio e una manciata di basilico con cui condire una pasta estemporanea. Ma questa è un'altra storia.

Insomma, sbucciamo 'ste melanzane,  dividiamole in due/tre pezzettoni ciascuna e lessiamole in abbondante acqua (non salata). Una volta scolate, le lasciamo raffreddare per poi schiacciarle e strizzarle con l'ausilio di una garza e di un cinese fino all'ultima goccia d'acqua. Vi prego di apprezzare appieno la portata del corsivo, a meno che non vogliate deliziare i vostri cari con giochi pirotecnici di olio bollente. Se disponete di terrazzo soleggiato, consiglierei anche una certa esposizione del bolo verdino risultante dalla precedente operazione ai raggi di Helios, al fine di sottrarre ulteriore umidità. Quando l'ho suggerito alla mamma-dea ex machina, questa mi ha mandato a quel paese senza tanti convenevoli: due cucchiai di pangrattato sortiranno lo stesso effetto, ha  vaticinato. Che dire. Fiat voluntas tua. Amen.

L'impasto così ottenuto va comunque lasciato riposare per almeno un'ora.

Trascorsa l'ora, aggiungiamo due tuorli d'uova e spolveriamo di pecorino e parmigiano ad libitum.
Proviamo l'impasto, aggiustiamo di sale, aggiungiamo il pepe macinato di fresco e infine amalgamiamo le foglie del mazzetto di basilico, spezzate rigorosamente con le mani. Formiamo delle polpette leggermente schiacciate, dotandole di cuore di provola. Infariniamole una prima volta, passiamole nelle chiare leggermente sbattute delle due uova e ripassiamole nella farina. La doppia infarinatura e l'albume creeranno una corazza che trattiene gli umori residui all'interno della polpetta  e impedisce la loro fuoriuscita esplosiva durante la frittura (ecco svelato l'arcano!). Frittura che deve svolgersi, in olio extavergine di oliva, a temperatura media per dare tempo alla polpetta di cuocere al suo interno.







Queste polpette, soffici e profumate, sono squisite sia calde che fredde.

Prima di prendere commiato, vorrei scusarmi con i frequentatori del blog per la bassa qualità  delle mie illustrazioni. Amo il cibo. Toccarlo. Annusarlo. Prepararlo. Soprattutto, mangiarlo. Tutte cose che, fuor di modestia,  mi riescono abbastanza bene, specie l'ultima.  Ma soffro di una totale incapacità per ogni forma di rappresentazione artistica dello stesso. Vedo le presentazioni e le foto di Povera Pazza e provo profonda vergogna per le mie pochezze. Sono un foodblogger a metà. Forse a un quarto. 

Così è (se vi pare).

(GeppetNo)