"Ma, quando niente sussiste d'un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo."
(M. Proust)

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25 maggio 2014

chana masala featuring ceci di Cicerale


 La colpa non è mia, vostro onore. E' di Reb che qualche giorno fa chiedeva idee vegetariane per la cena. A tutte sono venute in mente i ceci. A tutte, alla lettera. Pensare ceci, cercare in dispensa, trovare quelli piccini e tosti di Cicerale , ammollarli e lessarli è stato (quasi) un gioco da ragazzi. Però: una sera c'era la pizza con gli amici,  il giorno dopo il giro d'Italia con merenda d'ordinanza, mi son finalmente trovata a cucinare i benedetti ceci solo oggi. 
Il chana masala, lo stufato di ceci così indiano, così tipico che ogni famiglia ha la sua ricetta, è uno dei miei piatti preferiti. Me ne sono preparata una versione così (e passo a distribuirne una schiscetta a tutti stasera):

500g ceci secchi, ammollati e portati a cottura - senza sale
5 cm zenzero fresco
5 cm curcuma fresca (oh yeah!) o un cucchiaino di curcuma in polvere
4 cipollotti rossi, freschi
2 spicchi d'aglio
peperoncino tritato
400g pomodori pelati di buona qualità
1 cucchiaino ottimo curry in polvere (io Bollywood curry)
olio extra vergine
coriandolo fresco (facoltativo)
sale
acqua

Pestare nel mortaio aglio, zenzero e curcuma. Arrostire a secco (senza condimento) e molto brevemente il curry, in modo da far sprigionare tutti gli aromi delle spezie e tenere da parte. In una casseruola capiente far saltare, con poco olio, la pasta di aglio, zenzero e curcuma. Tritare i cipollotti - grossolanamente - e aggiungerli alla pasta. Quando la cipolla sarà traslucida aggiungere il peperoncino, il curry e dopo qualche secondo anche il pomodoro. Lasciare insaporire e unire prima i ceci e poi poco sale. Mescolare bene, aggiungere almeno una tazza e mezza d'acqua e stufare per una ventina di minuti - o fino al raggiungimento della consistenza desiderata.
Spolverizzare di coriandolo fresco e servire con un pilaf classico o con buon pane.

 (PoveraPazza) in versione Om Shanti

21 giugno 2011

il calamaro paziente

E' arrivata l'estate. Oggi, dicono. L'unico cambiamento apprezzabile è la totale latitanza della voglia di pensare, scrivere, fare. Il tempo no, per carità, quello rimane muffo stabilmente e non ci spiazza con cieli troppo azzurri o serate che permettono cene all'aperto. Giammai.
Ma l'energia scarseggia, dicevamo. E così, il calamaro ripieno, cucinato e malamente fotografato qualche giorno fa, ha dovuto attendere solo oggi per essere conosciuto dal mondo. Poverino, come deve aver sofferto, chiuso dentro la pancia, senza neppure un briciolo di umana solidarietà.
Era buono, classicamente insolito e non al forno (per mancanza dello stesso nella solita casina milanese, non per scelta ponderata).

Per tre persone:
3 calamari medi, puliti dal pietoso pescivendolo, ma con le sacche intatte (ovviamente)
mezzo peperone giallo
2 zucchine piccole
1 cipollotto novello
1 mazzetto di prezzemolo tritato
15 pomodorini Pachino
2 uova
30 gr di pane grattugiato
2 cucchiai di pecorino grattugiato
1 punta di peperoncino piccante, fresco
1 spicchio d'aglio
mezzo bicchiere di vino bianco secco
sale, pepe, olio d'oliva,
--
Tagliare a piccoli cubetti zucchine, peperoni e cipollotto.
Tagliare anche i tentacoli dei calamari a piccoli pezzi, come per fare un ragout.
Fare appassire velocemente in un velo d'olio insieme alle verdure e trasferire in una ciotola.
Preparare la farcia: aggiungere al sautè il pangrattato e il formaggio e legare con l'uovo (cominciare con uno, se dovesse risultare troppo asciutto aggiungere anche il secondo). Aggiungere il prezzemolo tritato.
Aggiustare di sale (poco, c'è il pecorino) e pepe.
Riempire le sacche dei tre calamari, portando il ripieno verso il fondo. Riempire a due centimetri dal bordo e chiudere con uno stuzzicadenti.
In un tegame, a fiamma viva, saltare i calamari. Quando avranno preso colore sfumare con il vino.
Quando sarà evaporato aggiungere i pomodorini tagliati a metà e uno spicchio d'aglio.
Cuocere a fiamma media, parzialmente coperto, per 15-20 minuti a seconda della dimensione dei calamari.
Servire tagliato a rondelle, accompagnando con i pomodori.
-
Avanzerà con ogni probabilità del ripieno che potrà essere utilizzato per delle polpettine da aperitivo.
(PoveraPazza)

18 maggio 2011

alfabeto alimentare - H come Harissa

 
Siamo ad un punto cruciale dell'alfabeto alimentare. Lettere di raro uso nella lingua italiana, al più mute. 
H K J e che saranno mai?
Alimenti di nostro comune uso che iniziassero per H non ne abbiamo trovati. 
Ma di familiarità con la cucina dei popoli fratelli, che guardano lo stesso mare,  ne abbiamo un bel pò, ormai. 
E allora Harissa! 
Elemento cardine della cucina tunisina è una meravigliosa pasta aromatica, piccante ma non troppo, speziata il giusto. Si può aggiungere a piatti di carne e pesce, in stufati di verdura, nel couscous. Di solito la compro già fatta, ma dopo aver provato questa, autoprodotta, penso che non ci sarà più partita.
Ancora una volta Yotam Ottolenghi e Sami Tamimi   mi son venuti in aiuto (e non mi stancherò di dirlo, i loro sono libri fondamentali, sul serio) con ricetta, idee e atmosfera. 
Che Francesco sappia che durante la mia famigerata gita a Londra si dovrà pellegrinare fino a uno degli Ottolenghi. For sure.
qui e qui altri esempi della loro cucina.

In questa ricetta l'harissa è usata come ingrediente base di una marinata per il pollo, corretta solo da pochissimo yogurt, ad ammorbidire.
Per celebrare il vento che cambia, una ricetta di carne in un blog che ne è quasi completamente privo.Marchiamo la differenza con il prima, fosse solo per un giorno. E anche alcuni ospiti del giovedì sono stati convocati, eccezionalmente, di lunedì.

Per l'harissa:

11 maggio 2011

asparagi con shortbread al pecorino, e le nuvole

Stasera son triste e non ho voglia di condire il discorso più di tanto.
Capita. Quando ero piccina il mio papà mi diceva: ti è passata una nuvola davanti al sole. Forse anche oggi ne è passata qualcuna. Però, poi, vanno.
Sempre tratto dal vegetariano coltivato, e appena appena modificato, ecco a voi un modo diverso di mangiare gli asparagi. Siccome me ne hanno regalati numero 3 mazzi e, nell'ordine:
- li ho serviti in una carbonara vegetale
- li ho cotti a vapore e poi mangiati così come stavano
- ne ho fatto risotto
ero alla ricerca di un classico (asparagi-uova-formaggio) ma appena rielaborato.

Per 4 persone come piatto principale, o per otto come antipasto:

- 24 asparagi, tagliati nel punto in cui si spezzano naturalmente
- cimette di crescione (il mio aveva anche i fiorellini) o rucola (che son della stessa famiglia)
- scaglie di pecorino per guarnire

Dressing:
1 tuorlo d'uovo, 2 cucchiai di zucchero, 1 cucchiaino di senape, 30 ml di aceto di vino bianco,
il succo di mezzo limone, sale e pepe, 150 ml di olio extravergine, 1 cucchiaio di dragoncello tritato (io ho usato la rigogliosa santoreggia del terrazzo)

Shortbread:

175 gr di farina 00 (io metà farina e metà semola)
100 gr di burro freddo a cubetti
65 gr di pecorino grattugiato
sale pepe
1 tuorlo d'uovo - pochissima acqua, se serve

Ah, ho dimenticato di comunicare urbi et orbi che ho l'impastatore nuovo. Non quello rosso che volevo tanto ma quello grigio che si intona meglio con la mia cucina aitec (e con il mio conto corrente).

Preparare il condimento: mettere nello sbattitore tuorlo, limone, aceto, sale, pepe e avviare. A filo aggiungere l'olio. Non verrà una maionese, ma una salsina come quelle dell'ikea, per capirsi. A macchina spenta aggiungere l'erbetta tritata. Mettere da parte.

Per gli shortbread: impastare farina, burro freddo e una presa di sale fino ad ottenere uno sbriciolame come quello dei crumble. Aggiungere il formaggio e da ultimo il tuorlo. Se risultasse troppo secco unire pochissima acqua (due cucchiai, non di più).
Stendere la pasta su una superficie infarinata o sul tappetino di silicone. Tagliare nella forma desiderata. Stasera che pungo ho scelto il triangolo. Ne verranno almeno 16.
Preriscaldare il forno a 160 se ventilato o a 180 se normale.
Cuocere i biscotti per 8-10 minuti o fino a che non saranno dorati ma non duri come sassi.

Nel frattempo cuocere a vapore gli asparagi per 8 minuti. Devono risultare al dente.
Trasferirli in una ciotola con il crescione e condirli con la salsa preparata


Servire gli asparagi con 4 shortbread a testa, scaglie di pecorino e pepe macinato al momento.


(PoveraPazza) che è corsa a correggere i refusi, acc..

18 febbraio 2011

arance per il porco

Il titolo è una verità e un auspicio.

Una verità perchè il mio porco è stato marinato e cotto con il succo d'arancia.
Un auspicio perchè il frutto dorato si porta ai galeotti, e di porci galeotti abbiamo tanto bisogno in questo paese.

Le arance sono arrivate fresche fresche dalla bedda Sicilia, direttamente dal giardino della zia Sara (sorella di Giovanni), bisognava dar loro degna sepoltura.

Alle cene del giovedì non si cucina carne, quasi mai. La cuoca non è democratica e da pseudo vegetariana non integralista la proteina animale la trae dal pesce.
Però quel filetto di porco occhieggiava al banco del super, proprio vicino al fegato dei gattoni. Non lo si poteva lasciar giacere negletto e abbandonato, sapendo che gli ospiti del giovedì son carnivori.

--
Per quattro persone:
1 filetto di maiale di circa 500 gr
2  arance e 1 limone
3 cm di zenzero fresco
sale pepe olio d'oliva
--
Spremere gli agrumi e tritare lo zenzero.
Marinare la carne almeno per trenta minuti.
Scolare dalla marinata, salare, pepare e ungere con poco olio d'oliva.
Infornare per 10 minuti a 250° , poi abbassare il forno  a 180 e bagnare man mano con la marinata fino a cottura ultimata (saranno necessari almeno 30-40 minuti).
Tagliare a fette spesse, salsando con il sughetto rimasto, passato e ristretto con pochissimo amido di mais o lasciato nature.
Servire con insalata di finocchi e arance.
(PoveraPazza)

8 novembre 2010

il cimento delle carni: anatra con zucca piccante

 
La carne non la so cucinare. Non la mangio, non mi piace, mi viene male.Ho deciso che ogni tanto ci devo sbattere il muso e cucinarla, così, per completezza di formazione se non per piacere. 
Naturalmente bisogna aspettare il momento propizio: l'ospite atteso e malcapitato è la vittima ideale per gli esperimenti culinari di ogni tipo.  Anche avicoli., come in questo caso.
Il manzo cadaverico e sanguinolento non riesco a toccarlo, magari si può cominciare da un petto d'anatra? Ne servivano due, si son trovati un petto e una coscia. E vabbè.
 Per me medesima ho riservato la zucca piccante al forno, imparata da Alex e poi rifatta mille volte con minime variazioni (a seconda della memoria labile che mi governa).
Ingredienti:
2 petti d'anata (o pezzi diversi, avere solo l'accortezza di cuocerli un poco più a lungo)
succo di mezzo limone
2 cucchiai di cognac
40 gr di vino bianco e 40 gr di vino rosso
2 dl di brodo
salvia rosmarino
aceto balsamico
--
Salare e pepare la carne. Incidere la pelle con la punta di un coltello, facendo un disegno a losanghe.
In un padella antiaderente a fondo spesso adagiare la carne con la pelle verso il basso e, a fiamma vivace, fare in modo che si formi una crosticina. A questo punto girare i pezzi e dorare anche dall'altra parte. 
La carne e la pelle avranno rilasciato un bel pò di grasso che io ho tolto, facendolo rapprendere in una ciotolina prima di buttarlo (altrimenti si tappa il lavandino, carine).
Rimettere la carne nella padella, bagnare con il vino bianco, il cognac e infine con il succo di limone.
Unire le erbe e lasciar ridurre i liquidi, sempre a fuoco vivace.
Togliere la carne e lasciarla in caldo (150°), coperta da un foglio d'alluminio. 
Preparare a salsa aggiungendo al sugo di cottura (dopo aver tolto le erbe) il vino rosso e il brodo, riducendo fino alla densità desiderata. All'ultimo unire l'aceto balsamico.
Affettare i petti e salsare con la riduzione preparata.
Servire con la zucca al forno (la mia cotta con zenzero e peperoncino, rosmarino, sale alla vaniglia e un filo d'olio).
Gli ospiti sembra abbiano apprezzato. Fidatevi, se potete! 
(PoveraPazza)
ps: sto continuando a leggere se niente importa . Ve lo consiglio,davvero. Mi consideravo una consumatrice mediamente informata. Palle. Dopo la lettura completa, credo che non mangerò neppure più il poco pesce che consumo ora.





1 agosto 2010

Disastro e redenzione (con deus ex machina): polpette di melanzane.

.
II PARTE: REDENZIONE (CON DEUS EX MACHINA)

Per godere appieno della catartica redenzione, caro e paziente lettore, ti toccherà rifare una capatina agli inferi e rileggerti l'oramai stantia cronaca del disastroso esperimento con le polpette esplosive perché troppo acquose.

Fatto? Bene, il resto della strada è in discesa. 

Ho colto l'occasione di una recente trasferta padana della imprecisa genitrice per costringerla a eseguire la preparazione delle problematiche polpette sotto i miei occhi attenti: con stupore ho constatato l'estrema  semplicità del procedimento. Santa donna! In fondo quel suo mantra: "stai tranquillo, è facile" aveva una sua  raison d'être.

Proseguo con ordine: per 12 polpette serviranno un chilo abbondante di melanzane lunghe (quelle tonde, per quanto più polpose, tendono a rilasciare più acqua),  pan grattato, due uova, un mix abbondante di parmigiano e pecorino grattugiati, sale, pepe, una generosa manciata di basilico, farina e 12 cubetti  dell'immancabile provola affumicata fresca, quella che i napoletani tenderebbero a integrare in qualsivoglia ricetta (persino ViPeron, una volta vittima della provola, nè è diventato schiavo: lo testimoniano i suoi ultimi post!).

In primo luogo, le melanzane vanno sbucciate. Mi sembra già di sentire i rimbrotti degli sdegnati adoratori  della mela insana che sanno - i buongustai - quanta bontà si celi in quel lucido tegumento violaceo. Beh, mantenete la calma:  se proprio non ce la fate a far transumare le bucce nell'umido, tagliatele a quadretti e friggetele: saranno un'ottima aggiunta a un intingolo a base di pomodori San Marzano "schiattati", aglio e una manciata di basilico con cui condire una pasta estemporanea. Ma questa è un'altra storia.

Insomma, sbucciamo 'ste melanzane,  dividiamole in due/tre pezzettoni ciascuna e lessiamole in abbondante acqua (non salata). Una volta scolate, le lasciamo raffreddare per poi schiacciarle e strizzarle con l'ausilio di una garza e di un cinese fino all'ultima goccia d'acqua. Vi prego di apprezzare appieno la portata del corsivo, a meno che non vogliate deliziare i vostri cari con giochi pirotecnici di olio bollente. Se disponete di terrazzo soleggiato, consiglierei anche una certa esposizione del bolo verdino risultante dalla precedente operazione ai raggi di Helios, al fine di sottrarre ulteriore umidità. Quando l'ho suggerito alla mamma-dea ex machina, questa mi ha mandato a quel paese senza tanti convenevoli: due cucchiai di pangrattato sortiranno lo stesso effetto, ha  vaticinato. Che dire. Fiat voluntas tua. Amen.

L'impasto così ottenuto va comunque lasciato riposare per almeno un'ora.

Trascorsa l'ora, aggiungiamo due tuorli d'uova e spolveriamo di pecorino e parmigiano ad libitum.
Proviamo l'impasto, aggiustiamo di sale, aggiungiamo il pepe macinato di fresco e infine amalgamiamo le foglie del mazzetto di basilico, spezzate rigorosamente con le mani. Formiamo delle polpette leggermente schiacciate, dotandole di cuore di provola. Infariniamole una prima volta, passiamole nelle chiare leggermente sbattute delle due uova e ripassiamole nella farina. La doppia infarinatura e l'albume creeranno una corazza che trattiene gli umori residui all'interno della polpetta  e impedisce la loro fuoriuscita esplosiva durante la frittura (ecco svelato l'arcano!). Frittura che deve svolgersi, in olio extavergine di oliva, a temperatura media per dare tempo alla polpetta di cuocere al suo interno.







Queste polpette, soffici e profumate, sono squisite sia calde che fredde.

Prima di prendere commiato, vorrei scusarmi con i frequentatori del blog per la bassa qualità  delle mie illustrazioni. Amo il cibo. Toccarlo. Annusarlo. Prepararlo. Soprattutto, mangiarlo. Tutte cose che, fuor di modestia,  mi riescono abbastanza bene, specie l'ultima.  Ma soffro di una totale incapacità per ogni forma di rappresentazione artistica dello stesso. Vedo le presentazioni e le foto di Povera Pazza e provo profonda vergogna per le mie pochezze. Sono un foodblogger a metà. Forse a un quarto. 

Così è (se vi pare).

(GeppetNo)

2 giugno 2010

quinto quarto isolano : muellas di pollo delle Azzorre

Sono pazza per il Portogallo, ormai si sarà capito. Non solo la terraferma ma anche le isole.
Qualche estate fa ci siam fatti un bel giro alle Azzorre, da blandi camminatori. 
Le Azzorre sono note a tutti per il loro figliolino, l'anticlone che ci porta il tempo stabile ed estivo. Altro, forse, non si sa.
E ti credo: se ne stanno là, sperdute in mezzo all'Atlantico, a metà strada con l'America. Sono terre di prati e di mucche, di fiori, di balene. Bellissime. 
Di origine vulcanica, ci sono crateri e fumarole in ogni cortile, metaforicamente.
La mia preferitissima (parlando con licenza) è Flores, l'isola più remota, quella che sta alla fine  dell'Europa.  Si chiamerà così per via dei fiori(..)? Nella prima foto si vedono dei fioroni gialli, la conteria. Dicono siano infestanti, certo che per noi, abituati alla gramigna sono un bel diversivo.

Che ci azzeccano le Azzorre con quinti quarti e ricette e blog di cucina?
Luogo: Santa Cruz das Flores, "capitale" dell'isola e paese più popolato. Ora di cena. 
La stanza che ho trovato odora di sacrestia e non predispone al buonumore. Cerchiamo almeno un posto invitante in cui cenare. Ci hanno consigliato una certa mamma Maria o robe così che però non si trova. Vien fuori che, forse, è all'ospedale. Tocca ripiegare su una meno allettante trattoriaccia che è pur sempre l'unica alternativa.
Che si mangia? Come antipasto ci propongono muellas (con -sh finale, lì si pronuncia così). Forti del nostro francese assonante e gastro-scolastico ci diciamo: cozze. Bene, vada per le cozze.
Arriva questo piattino di sottaceti e .. e.. Ma che bontà, ma che bontà, ma che cos'è questa robina qua?


(immagine subdola e che si riferisce a un finger food azoriano. Trattasi di sasso di mare bollito, da cui si estraggono animalini minuscoli. Brr.)





Cos'è questa robina qua? Cozze non paiono, anzi non sono proprio cozze. Cerchiamo di farci spiegare, senza successo. Captiamo un galhina, ci pare che ci dicano che è cervello.
No, cervello di gallina no. Esaminando meglio mi pare che la consistenza gommosina ricordi una pietanza che la mia famigerata madre ci preparava da piccoli. Per evitare di mangiare intestino di gnu, la chiamo. "Mamma, sì, tutto bene. Ma senti, come si chiamano quelle cose a forma di otto, un pò gommose, che credo provengano dal pollo? E soprattutto COSA sono?"
Lei, incurante del fatto che non le telefono mai mentre sono in vacanza risponde garrula "sono i durelli, lo stomaco della gallina".
AH, ECCO. Lo gnu è salvo.

Non contenti dell'esperienza, li riproviamo. Hanno un sapore neutro, ma la consistenza è uguale a quella  degli orsetti alla cocacola. Irresistibile, almeno per me.
Tornati, li cerchiamo e  proviamo a replicarli.
Questa è l'ultima interpretazione.
Serviranno 500 gr di durelli di pollo puliti (all'esselunga ci sono confezioni da 250gr circa), una bella cipolla bianca, harissa, concentrato di pomodoro,  limone, timo, pomodori freschi o pelati.
I durelli tengono fede al loro nome e necessitano di una cottura prolungata. Avendo il tempo contato, questa volta, ho optato per la pentola a pressione.
Lavare bene i durelli (noi li continuiamo a chiamare muellas però, li abbiamo scoperti lì e resteranno sempre un cibo portoghese) , asciugarli e tagliarli a metà.
Fare un fondo con cipolla affettata e olio d'oliva. Dopo pochi minuti unire i durelli e lasciare insaporire. Proseguire con harissa e pomodoro concentrato e da ultimo i pomodori freschi o i pelati.
Salare moderatamente, aggingere un mezzo bicchiere di acqua e chiudere la pentola a pressione.
Far cuocere per trenta minuti dal fischio.
Aprire e far restringere il sugo che risultasse troppo liquido. Aggingere il succo di mezzo limone, un cucchiaino di zeste tritate e abbondanti foglioline di timo fresco. Aggiustare di sale e pepe.
Servire con un semplice basmati oppure con un chapati o una paratha, come proposto qui qualche tempo fa.

Se qualcuno si fidasse e temerariamente volesse provare mi dica cosa ne pensa. Le muellas hanno il pregio di costare pochissimo, quindi alla peggio si possono girare al gatto di casa. I miei due li schifano, ma quelli vogliono solo fegato di vitello alla griglia!!

ps: nei prossimi giorni su queste pagine, resoconto di gita e cene napoletane. Viperon sta affilando la tastiera.

17 maggio 2010

Saudade - Baccalà alla moda di Lisbona


Con la pioggia vorrei emigrare, con il sole vorrei andare in vacanza.
Sono affetta da acuto nomadismo ma lo metto in pratica solo di rado, quando posso. E posso molto meno di quanto vorrei.

Ho diversi luoghi del cuore. Alcuni sono passioni fugaci, altri amori persistenti. Lisbona appartiene a questa categoria. La trovo adorabile, ci vorrei vivere.  La sua bellezza dimessa e struggente ti cattura dal primo momento.
(...)Alfama è un animale mitologico. Pretesto per sentimentalismi di vario colore, sardina che molti hanno voluto mettere sulle proprie braci, non sbarra il cammino a chi vi entra, ma il viaggiatore sente che l'accompagnano sguardi ironici.
(...) Animale mitologico per conto altrui, Alfama vive il proprio difficile conto. Ci sono ore in cui è un animale sano, altre in cui si accuccia in un angolo a leccarsi le ferite che secoli di povertà gli hanno provocato sulla carne e che non trova il modo di curare. (...) Josè Saramago - Viaggio in Portogallo - 



Prima di andare a Lisbona non avevo mai assaggiato il baccalà, ed ora è legato indissolubilmente alle sensazioni che ho provato in quei luoghi, come sempre mi accade con profumi e cibi "altri".
E come sempre mi accade in tempi di acuta malinconia, replico ossessivamente (mai nome d'arte fu più azzeccato del mio) i cibi per dilatare i ricordi.

Hi! Quante storie per una ricetta di pesce salato (che nelle ultime settimane ho già rifatto un paio di volte)--


Serviranno, per quattro persone:
2 filetti di baccalà , 4 grossi pomodori maturi, 2 cipolle (questa volta di Tropea), 4 patate grandi, 1 cucchiaino di paprika, alloro, prezzemolo, aglio, olio, pepe, sale.
Lavare i filetti di baccalà, poi lasciarli a bagno in acqua fredda - rinnovata spesso - per almeno 24 ore.
Scolare il pesce, asciugarlo (altrimenti fa troppa acqua) e lavare le spine eventuali con l'apposita pinzetta. Tagliare patate, cipolle e pomodori a fette.

In una pentola dal fondo spesso e dalle pareti abbastanza alte alternare gli ingredienti, cominciando dai pomodori, poi patate, cipolle, aglio e baccalà con la pelle verso il basso. Salare con molta moderazione e solo lo strato di patate.
Proseguire fino all'esaurimento e finire con uno strato di patate.
Cospargere di paprika dolce e irrorare con olio d'oliva.  Legare il prezzemolo e l'alloro e unire alla preparazione. Far cuocere a fuoco medio-basso, coperto, fino a quando le patate saranno tenere.
Saranno necessari almeno 30-40 minuti. Attenzione a non alzare troppo la fiamma, il primo strato potrebbe bruciarsi compromettendo tutta la preparazione.
Servire subito, ben caldo.

E prossimamente: pasteis de bacalhau, buonissimi anche freddi - per quando arriverà l'estate.

(Povera Pazza)

15 aprile 2010

the silence of the lambs - agnello e carciofi reloaded

Il giovedì da me si cena. Anche da voi, dite? Sì, ma qui si cena insieme. Di solito con il Ga e qualche altro amico storico. Mica per mettersi in mostra con virtuosismi culinari (ammesso di essere in grado di produrli), solo per fare due chiacchiere in santa pace.

Mangio carne molto raramente e solo se non posso farne a meno. Non la so neppure cucinare, a dir la verità. I miei ospiti sanno che da me troveranno becchimi di vario genere, verdure - meglio se poco cotte - ma carne mai.
In uno slancio di generosità (?) e complice una ricetta della Cucina Italiana, la mia ultima cena del giovedì ha avuto come piatto principale le polpette. Di agnello e con i carciofi. 
Servono, per otto polpette grandi: 400 gr di polpa di coscia d'agnello, 100 gr di pancarrè senza crosta, 4 carciofi, 3 cipollotti, latte, yougurt greco, panna fresca, vino bianco secco.
Si mondano i cipollotti, lasciando un pò di parte verde. 
Si tagliano a spicchi i carciofi  e i gambi a rondelle,tuffandoli poi in acqua e limone. Si fanno stufare coperti per cinque minuti in un pentolino con mezzo bicchiere d'acqua ,  mezzo di vino e tre cucchiai d'olio. Poi si scoprono, si salano e si fa restringere il liquido di cottura per un paio di minuti.
Anche i cipollotti si fanno stufare pr due minuti in una noce di burro e un bicchiere d'acqua. Si salano, si aggiunge un cucchiaio di panna e mezzo di yogurt. Si uniscono poi ai carciofi e si lascia sobbollire qualche istante il tutto.
Nel frattempo si preparano le polpette, mettendo nel mixer la carne tagliata a dadini, il pancarrè ammollato nel latte e strizzato, un ciuffetto di prezzemolo, mezzo spicchio d'aglio, un cucchiaio di panna e due di yogurt, sale  e pepe.
Si modella il composto in otto polpette dalla forma un pò allungata, e si incipriano (direbbe Viperon) con un velo di farina. Si rosolano su entrambi i lati in una padella in poco olio e burro spumeggiante. 
Infine si uniscono alle verdure, lasciando insaporire per qualche minuto.