"Ma, quando niente sussiste d'un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo."
(M. Proust)

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13 febbraio 2011

adesso è ora - ballata delle donne

prima (grazie NINA)

e dopo


Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l'umano
la mia compagna, ti prendo per mano
(Edoardo Sanguineti)

20 dicembre 2010

Il cimento dei friarielli



Pasta con Salsiccia e Pesto di Friarielli

[Quel che più mi affascina della ricerca di molti chef emergenti è l'uso di prodotti locali poveri e di facile reperibilità. Questa sera mi sono cimentato nel riprodurre una ricetta trovata in rete]

Apprezzare il gusto di questa verdura è stata una conquista dell'età adulta. Parlando con il Viperon,  l'altra sera, riflettevo sul fatto che gran parte di quel che comunemente si mangia dalle nostre parti non ha mai incontrato quel che era il mio gusto di bambino. Non amavo nessuno dei dolci tipici napoletani ne' di natale, ne' di pasqua, ne' di nessuna altra festa comandata. Mangiavo mal volentieri il pesce, tranne calamari o gamberi in insalata o fritti. Odiavo il pomodoro crudo che ancora oggi fatico a mangiare. Insomma  un vero rompiscatole.
Ricordo il gusto amarissimo dei friarielli che crescevano spontanei lungo i terrazzamenti della (una volta splendida) campagna dei miei zii sul crinale del vulcano di Cigliano. La campagna si apriva su  magnifici scorci panoramici del golfo di Pozzuoli, spaziando, nei giorni di chiaro oltre ad Ischia fino a Ventotene, il vino ricordo che era conservato in cellai ricavati in edifici romani ipogei. Quel gusto, che detestavo, non l'ho mai più ritrovato nella verdura che compro oggi, ma ora mi piacerebbe riscoprirlo.
Come pure mi piacerebbe ritrovare la bellezza e l'allegria delle scorribande con i miei cugini, tra le piante di frutta le viti ed i filari di castagni che segnavano i confini delle varie proprietà. Il gusto cambia si evolve, il territorio invece, almeno da queste parti, si degrada: la campagna della mia infanzia è abbandonata, frammentata e cementificata.

Ecco quel che ho fatto stasera:
  • Ho mondato  i friarielli (poco più di un fascio) dalle foglie gialle e rovinate
  • Ho messo da parte alcune cimette
  • Ho fatto cuocere per tre minuti la verdura in acqua bollente e salata
  • Conservo l'acqua di cottura della verdura per cuocere successivamente la pasta
  • Con il minipimer ho frullato i friarielli con un mestolo di acqua di cottura unendo dell'olio a filo come per un pesto
  • Ho spadellato, per pochi minuti, in filo d'olio ed un po' di peperoncino le cimette messe da parte 
  • Ho spellato una salsiccia di circa 150gr e l'ho fatta rosolare mettendone una metà da parte per guarnire il piatto il resto l'ho lasciato in padella
  • Ho fatto rosolare un po' di mollica di pane con un po' di aglio
  • Una volta cotta la pasta ( io ho usato bucatini) l'ho trasferita nella padella con le salsicce, ho fatto insaporire e poi versato, con il fuoco spento, il pesto di friarielli
  • Ho composto il piatto con la pasta condita una spolverata di mollica croccante ed un po' della salsiccia rosolata precedentemente messa da parte.    
  • [dosi per una porzione]
_Amedeo Bolinari_







10 dicembre 2010

la gobbetta perfetta

piatto, casetta e bacche: Caterina

Le mie madeleines, si sa, sono le pesche ripiene. Fanno parte della memoria culinario-affettiva della mia infanzia.
Le madeleines, invece, sono ciò che sono: un delizioso dolcetto da tè, senza implicazioni sentimentali.
Questo fino a ieri, quando, complice Caterina, e il suo stampo arrivato da Parigi, i dolcetti sono diventati coccole e abbracci e chiacchere e una bella giornata passata insieme.
Terrorizzata dalla possibilità che la gobbetta non venisse, ho raffreddato ben bene l'impasto in frigo (tanto il forno era impegnato a seccare le verdure per il dado).
E poi, complice la fortuna del principiante, l'incoscienza o la legge di compensazione (la sfortuna ieri aveva preso la strada del meccanico) il dromedario-dolce è nato.
Abbiamo usato:
120 gr di farina
110 gr di zucchero
un pizzico di sale
mezzo cucchiaino da caffè di lievito per dolci
100 gr di burro
2 uova bio
un nonnulla di cannella
la buccia di un limone bio
--
Là fuori tutti sanno madeleinare, ma per chi ancora avesse dubbi:
sbattere con una frusta le uova, lo zucchero e un pizzico di sale.
Far sciogliere il burro a bagnomaria e unirlo al composto uovazucchero.
A questo punto aggiungere gli aromi scelti: in questo caso cannella e limone.
Mescolare bene e unire la farina e il lievito.
Ricoverare in frigo per una notte.
L'indomani accendere il forno e portarlo a 250° . Riempire gli stampini con un cucchiaio d'impasto e infornare per cinque minuti. Sembra che non succeda niente ma poi, come per magia, il vulcano erutta e la gobbetta si forma. Abbassare subitissimo il termostato a 180° e proseguire la cottura per altri cinque minuti.
Raffreddare su una gratella e servire con del buon tè.
Ti sistemano il pomeriggio, garantito.
PoveraPazza)

15 novembre 2010

leggiadria e un mazzo di rose

Quella appena trascorsa è stata una settimana da incubo. Mille grane, troppi impegni, una somma di disagi che mi hanno resa ancora più isterica (nomen omen) del solito.
Gli unici due momenti di relativa tranquillità e piacevolezza sono stati la cena di giovedì, questa volta tutta al femminile (unici ex maschi ammessi i miei gatti)  e venerdì il compleanno di mammà, per il quale io e Giulia, la mia nipotastra preferita (e unica!)
Giulia
abbiamo prodotto la tarte bouquet de roses trovata su C.I. di ottobre.
A dirla tutta, non pensavamo di essere capaci di fare le roselline di mela richiesta E INVECE SI', brave che siamo state!
Si procede così:
per la frolla (noi questa volta, per assoluta cronica e irrimediabile mancanza di tempo ne abbiamo usata una pronta, ma mai mai più)
farina 00 gr. 150, 
burro gr. 150,
farina di farro gr 100
2 tuorli 
zucchero gr 70 e un pizzico di sale
--
Impastare tutti gli ingredienti (unendo i tuorli per ultimi) e lavorarli fio ad ottenere un composto liscio ed omogeneo, Lasciarlo riposare al fresco, avvolto nella pellicola, per 1 ora almeno.
--
Per la crema frangipane:
pistacchi 75 gr (io 50)
zucchero 75 gr (io 50)
burro gr 70 (io 50)
yogurt greco 40 gr
1 uovo - sale
--
Tritare al mixer i pistacchi con lo zucchero, ottenendo una farina il più fine possibile. Ammorbidire (ma non sciogliere) il burro e amalgamarlo allo yougurt. Unire entrambi alla farina di pistacchi, aggiungere l'uovo e un pizzico di sale. Mescolare bene con la frusta fino ad ottenere un composto cremoso ed omogeneo.
--
Stendere la frolla a 3-4 mm di spessore (sottile, ma non a velo) e foderare uno stampo tondo, rivestendo anche il bordo. Riemire la crostata con la crema preparata e cuocere in forno a 170° per circa 35 minuti.
--
Nel frattempo preparare le rosette :
mele rosse Stark 2 o 3, acqua gr 700 e 350 gr di zucchero
--
Porre acqua e zucchero sul fuoco per ottenere uno sciroppo liquido. Tagliare il più sottilmente possibile le mele (io ho usato la mandolina), tuffarle nello sciroppo bollente, lasciar riprendere il bollore e poi scolarle, adagiandole su una superficie piana e cercando di evitare l'effetto mucchio selvaggio. Formare le rosette con tre fettine di mela, avvolgendole su se stesse (come quando si fa la pasta di sale, per dire). Accumularle su un piatto.
Sfornare la crostata, lasciarla riposare cinque minuti e poi decorarla con le rosette. Spolverizzare di zucchero a velo e infornare ancora per 10 minuti (passaggio che io ho saltato).
Lasciar raffreddare e servire.

Laura e Giulia

PoveraPazza molto orgogliosa di sè.


10 novembre 2010

without pummarola 'ncopp



chapter one: Ancora fuori

Stoppa, questo è quel che mi ricordarono i suoi capelli. Alluminio, forse, era il materiale del portoncino fuori dal quale stava fumando una sigaretta.

Noi: "Ci scusi" _dicemmo in coro_ "stiamo cercando il ristorante blablabla  delle cantine blablabla ci hanno detto che sta qua ma 'ndò stà"
Lei: Voilà sta proprio qua   ella disse _in coro [suo]_ per non essere da meno_ scostò il suo bianco poncho vintage per scoprire il prezioso metallo anodizzato
Noi: Ua (sincera espressione di genuina meraviglia in napoletano) sta qua.
Noi, tra di Noi ma senza far sentire Lei:  ma come! Un ristorante cosìcolà di una casa vinicola colàecolì con un portoncino così!


chapter two: Oramai dentro

Noi: ?
Io: ???

Eravamo nel bel mezzo di un viaggio  a ritroso nel tempo: il finto pub rustico degli anni 80.
Calce grezza alle pareti, ruote di carro come tavoli o tavoli adatti ad essere usati come ruote di carro, barili usati come sedie o forse erano sedie scomode come barili, arnesi misteriosi appesi alle pareti forse si, attrezzi agricoli o  forse no, non so.


Chapter three: La sorpresa

La fumatrice, stopposa e ponchosa, è anche cameriera! Anzi, forse è anche la tenutaria. Al banco bar c'è anche il suo alterego in stile vecchia tossica hippy con un treccione nero (che ti sembra giovane di spalle ma è una vecchiarda se vista di fronte) ed inoltre un figuro barbuto, ma forse pure barboso, appare decisamente indaffarato tra banco bar, cucina, depositi ed un temibile palchetto per esibizioni live.
Vuoto è il locale ed anche il desiderio che partorisce il mio senso estetico è paragonabile ad un anelito di vuoto.


Chapter four: La carta

La tipa stopposa ci porta un foglio sul quale vi era stampata la dicitura: MENU' ma era rimasto poco spazio per scrivere altro, molto spazio ancora era stato dato ai numeri che ti indicavano quanto ti sarebbe costato mangiare, quindi si capisce che questo aveva ridotto enormemente la possibilità di poter cucinare più di due o tre cosette.
Mentre si discuteva tra Noi se conveniva farsi derubare ordinando un bicchiere di vino a testa o farsi derubare ordinando addirittura una bottiglia intera, mi cadde l'occhio sullo SCAMMARO  "piccolinamente" indicato in MENU'.


Chapter five: Lo Scammaro è...


Io: Scusi signora stopposa che cos'è lo scammaro?
Lei:  stopposamente disse: lo scammaro è....euan.... EuanTuTriFor... lo barbuto barboso ed altri giovani vecchi cominciarono a suonare un amplificatissimo Jazzzzz.


beh vi sembrerà strano ma proprio non ricordo cosa disse la stopposa dello scammaro.
Forse parlò di spezzettare queste


tagliuzzare questo


tostare questi


e tostare anche questo


ammollare queste


Insomma con tutta questa roba qui:


quella sera, qualcuno in cucina, buttò in una padella con l'olio una alice salata con un spicchio d'aglio tritato. Consumata l'alice buttò in padella le olive bianche e nere, tagliate a pezzettoni ed aggiunse di lì a poco i capperi. Forse la stopposa, ma non ci giurerei, fece cuocere la pasta al dente che poi venne unita  con le olive ed i capperi in padella. Infine rimestò tutto aggiungendo l'uvetta ammollata, i pinoli tostati e per ultimi prezzemolo e pan grattato anch'esso tostato.

Una appendice storica


Lo scammaro sono degli spaghetti conditi senza pomodoro. I "giorni di scammaro" che nel regno delle due sicilie identificavano i giorni della quaresima e tutti gli altri giorni dell'anno nei quali, per precetto religioso, era obbligatorio mangiare di magro  la voce scammaro è un sostantivo derivato, attraverso una protesi di una s distrattiva, dal verbo latino *cammarare=mangiar di grasso; posto che *cammarare è mangiar di grasso, ne deriva che *scammarare (donde scammaro) vale mangiar di magro.

Amedeo Bolinari

25 ottobre 2010

Stardust Memories

Del Salone hanno scritto tutti.
Da me avrete solo immagini. Le sensazioni, mi spiace, non sono capace di trasmetterle.
Lydia

Elvira

sigarette

Massimo




Compressione di pasta e fagioli

Una favola

Maite e Marie

Le citron confit

mezze reginette

Enrico

Rape


Cardamomo nero


 PoveraPazza, ancora commossa.

7 settembre 2010

Hvarska gregada - guazzetto di pesce


Le vacanze sono finite, miei cari. Progettiamo già al prossimo viaggio (speriamo) e intanto ripensiamo ai colori e profumi che abbiamo appena scoperto.
La meta estiva è stata Hvar, un'isola della Dalmazia meridionale, che avevo voglia di conoscere fin dai tempi delle Lune di Hvar di Lalla Romano. Bella e mondana in un suo modo rustico e senza pretese.
Ci sono isoline minuscole, davanti a Hvar città, dove si va a far il bagno e ad annusare l'odore dei pini.
Non amo raccontare le vacanze, prendetevi giusto un assaggio di atmosfera e, se volete, del piatto tipicerrimo del luogo, la gregada.
E' uno stufato di pesce, come si trova in tutti i luoghi che hanno mare intorno e sopra e sotto.
Semplicissimo e veloce da fare, a patto di avere la materia prima fresca a dovere!
E' poco fotogenico, lo stufatino. Forse lo rifarò in versione più glamour, ma per il momento dovete prenderlo così com'è: pranzo da pescatori.
Gregada, per quattro persone:
1 Kg di pesce misto, quello che si è trovato nella rete o sul banco del pescivendolo, freschissimo (da noi c'erano orata, merluzzo, gallinelle ma andrà bene tutto)
4 cipolle bianche
4 patate grandi
prezzemolo, alloro, aglio
vino bianco
olio d'oliva
Il procedimento è davvero un non-procedimento: si pulisce il pesce lasciandolo intero o eliminando la testa (lì a me l'hanno portato intero e così l'ho riprodotto), sbucciare patate e cipolle e tagliarle a rondelle non troppo spesse.
Sul fondo di un tegame abbastanza largo da contenere il pesce comodamente, porre in un filo d'olio le cipolle l'aglio, una foglia di alloro e far andare per un paio di minuti. Disporre il pesce sopra, in uno strato unico e far andare ancora.
Nel frattempo sbianchire le patate in acqua bollente salata e poi trasferirle sopra il pesce.
Bagnare con circa 200cc di vino bianco e lasciare evaporare l'alcol. Aggiungere tanta acqua quanta serve per coprire appena il pesce e le verdure. Non mescolare mai, scuotere leggermente il fondo del tegame, se serve. In questo modo il pesce resta intero. Aggiustare di sale e pepe.
Serviranno venti minuti per portare a cottura il tutto. Spolverare di prezzemolo tritato, lasciar riposare qualche minuto per far amalgamare i sapori e servire.
Con questa ricetta partecipo alla raccolta fornelli in vacanza di Cook and the City (ciao Sara!).



Stari Grad
Uccellino!!
Hvar
Vi lascio qualche scatto assortito dei villaggi e della loro atmosfera medievale.
Andateci, vale la pena. E il mare è blu-blu!
(PoveraPazza)

Stari Grad

Stari Grad

27 giugno 2010

Disastro e redenzione (con deus ex machina): polpette di melanzane.

.
I PARTE: DISASTRO

Padova, un qualche weekend di un qualche inizio estate di fine XX secolo.  Si preannuncia una visita pastorale a Padova del ViPeron, al tempo ancora in possesso delle sue facoltà mentali e spensierato indigeno di Hobbitville-Udine, ignaro - il nostro Frodo - della sua futura epopea a Mordor-Napoli.

Una visita del ViPeron con annessa cena non è evento da prendere sottogamba: non te la puoi mica cavare con uno spaghetto aglio e olio e una fettina panata!  Decido di sorprenderlo con un menù di stretta osservanza Partenopea - quando si dice il karma -  andando a pescare dal repertorio familiare  preparazioni meno battute e dai sapori esotici (esotici per Hobbitville, si intende). Ora, non ricordo la panoplia di piatti risultante - lo shock ha cancellato tutti i dettagli di contorno all'Armageddon che ha segnato la serata e la mia reputazione di ospite.  Faccio quindi una zoomata su uno degli highlight del menù,  le amatissime polpette di melanzane, da servire con una dotta storia, riferitami da mia madre, su preparazioni rituali di stretta osservanza vegetariana associate alla ricorrenza di Sant'Elena.

INCISO  Ma a quanti santi sono devoti i Napoletani? Solo nella mia famiglia, oltre alla succitata Elena, si adorano  Gennaro, Ciro, Patrizia, Antonio (di Padova), Leopoldo e Giustino. In aggiunta, una moltitudine di  Madonne di svariate provenienze e colori. E una buona dose di beati, apprendisti santi. Ogni santo/madonna/beato ha la sua specialità e le sue competenze. Parliamoci chiaro: il Paradiso napoletano è più che altro una succursale del monte Olimpo. D'altronde, Greci siamo.

Torniamo al dramma. Mia madre, come molte madri, è il mio personale dispensario di ricette familiari. Vista la  lontananza fisica, le ricette sono quasi sempre svelate al telefono e quasi sempre sommarie e approssimate. Dosi e tempi sono una pia illusione. Bisogna inoltre essere pronti a integrare ingredienti o procedure che saltano fuori magicamente, magari a qualche telefonata di distanza. Costante irritante è il commento di apertura che accompagna ogni lezione di cucina long-distance, dalla banale preparazione di una fresella al pomodoro, alle infinite fasi di costruzione di capolavori barocchi quali sartù, timballi, minestre
maritate o pastiere: "STAI TRANQUILLO, E' FACILE!".

E' "facile" se mi dici esattamente cosa fare. E' "facile" se mi metti in guardia dalla proditoria melanzana acquosa. E' "facile" se mi prepari ai pericoli di una frittura avventata. Sappiatelo: l'etimo di "melanzana" è "malum insanum", pomo velenoso.  Dicono sia dovuto al sapore amarissimo della melanzana cruda. Io credo invece che qualche pioniere maldestro abbia provato - il pazzo -  a farci delle polpette usando la ricetta imprecisa della madre.

L'accaduto ve lo racconto con una serie di drammatici fermo-immagine. Preparo l'impasto delle polpette. La mia faccia perplessa. Hmm, è un po' molle. La padella con tanto olio. Sulla fiamma viva. La mia mano indecisa tiene sospesa una molle palla di bolo verdastro e umidiccio sullo specchio immoto dell'olio rovente. La palla infine si tuffa nell'olio con un sonoro pluf! Per un istante il mondo si ferma. Poi...


Poi, Hiroshima. Poi, l'esplosione di una supernova. Poi, il Big Bang. Qualcuno si precipita in cucina e cerca di scuotermi dall'abbacinato stupore che mi paralizza. L'olio è dovunque, tranne che nella padella. Lo sferico bolo verde si e' trasformato in una informe e maligna estrusione marroncina. La polpetta di Munch. 



"Stai tranquillo, è facile."

(CONTINUA)

P.S. Non temete, la ricetta CORRETTA seguirà. Si tratta solo di convincere la mamma (il deus ex machina del titolo) a essere un tantino più precisa nella descrizione. Voglio evitare altri olocausti nucleari.

(GeppetNo)

2 giugno 2010

quinto quarto isolano : muellas di pollo delle Azzorre

Sono pazza per il Portogallo, ormai si sarà capito. Non solo la terraferma ma anche le isole.
Qualche estate fa ci siam fatti un bel giro alle Azzorre, da blandi camminatori. 
Le Azzorre sono note a tutti per il loro figliolino, l'anticlone che ci porta il tempo stabile ed estivo. Altro, forse, non si sa.
E ti credo: se ne stanno là, sperdute in mezzo all'Atlantico, a metà strada con l'America. Sono terre di prati e di mucche, di fiori, di balene. Bellissime. 
Di origine vulcanica, ci sono crateri e fumarole in ogni cortile, metaforicamente.
La mia preferitissima (parlando con licenza) è Flores, l'isola più remota, quella che sta alla fine  dell'Europa.  Si chiamerà così per via dei fiori(..)? Nella prima foto si vedono dei fioroni gialli, la conteria. Dicono siano infestanti, certo che per noi, abituati alla gramigna sono un bel diversivo.

Che ci azzeccano le Azzorre con quinti quarti e ricette e blog di cucina?
Luogo: Santa Cruz das Flores, "capitale" dell'isola e paese più popolato. Ora di cena. 
La stanza che ho trovato odora di sacrestia e non predispone al buonumore. Cerchiamo almeno un posto invitante in cui cenare. Ci hanno consigliato una certa mamma Maria o robe così che però non si trova. Vien fuori che, forse, è all'ospedale. Tocca ripiegare su una meno allettante trattoriaccia che è pur sempre l'unica alternativa.
Che si mangia? Come antipasto ci propongono muellas (con -sh finale, lì si pronuncia così). Forti del nostro francese assonante e gastro-scolastico ci diciamo: cozze. Bene, vada per le cozze.
Arriva questo piattino di sottaceti e .. e.. Ma che bontà, ma che bontà, ma che cos'è questa robina qua?


(immagine subdola e che si riferisce a un finger food azoriano. Trattasi di sasso di mare bollito, da cui si estraggono animalini minuscoli. Brr.)





Cos'è questa robina qua? Cozze non paiono, anzi non sono proprio cozze. Cerchiamo di farci spiegare, senza successo. Captiamo un galhina, ci pare che ci dicano che è cervello.
No, cervello di gallina no. Esaminando meglio mi pare che la consistenza gommosina ricordi una pietanza che la mia famigerata madre ci preparava da piccoli. Per evitare di mangiare intestino di gnu, la chiamo. "Mamma, sì, tutto bene. Ma senti, come si chiamano quelle cose a forma di otto, un pò gommose, che credo provengano dal pollo? E soprattutto COSA sono?"
Lei, incurante del fatto che non le telefono mai mentre sono in vacanza risponde garrula "sono i durelli, lo stomaco della gallina".
AH, ECCO. Lo gnu è salvo.

Non contenti dell'esperienza, li riproviamo. Hanno un sapore neutro, ma la consistenza è uguale a quella  degli orsetti alla cocacola. Irresistibile, almeno per me.
Tornati, li cerchiamo e  proviamo a replicarli.
Questa è l'ultima interpretazione.
Serviranno 500 gr di durelli di pollo puliti (all'esselunga ci sono confezioni da 250gr circa), una bella cipolla bianca, harissa, concentrato di pomodoro,  limone, timo, pomodori freschi o pelati.
I durelli tengono fede al loro nome e necessitano di una cottura prolungata. Avendo il tempo contato, questa volta, ho optato per la pentola a pressione.
Lavare bene i durelli (noi li continuiamo a chiamare muellas però, li abbiamo scoperti lì e resteranno sempre un cibo portoghese) , asciugarli e tagliarli a metà.
Fare un fondo con cipolla affettata e olio d'oliva. Dopo pochi minuti unire i durelli e lasciare insaporire. Proseguire con harissa e pomodoro concentrato e da ultimo i pomodori freschi o i pelati.
Salare moderatamente, aggingere un mezzo bicchiere di acqua e chiudere la pentola a pressione.
Far cuocere per trenta minuti dal fischio.
Aprire e far restringere il sugo che risultasse troppo liquido. Aggingere il succo di mezzo limone, un cucchiaino di zeste tritate e abbondanti foglioline di timo fresco. Aggiustare di sale e pepe.
Servire con un semplice basmati oppure con un chapati o una paratha, come proposto qui qualche tempo fa.

Se qualcuno si fidasse e temerariamente volesse provare mi dica cosa ne pensa. Le muellas hanno il pregio di costare pochissimo, quindi alla peggio si possono girare al gatto di casa. I miei due li schifano, ma quelli vogliono solo fegato di vitello alla griglia!!

ps: nei prossimi giorni su queste pagine, resoconto di gita e cene napoletane. Viperon sta affilando la tastiera.

29 maggio 2010

noi ci si trova a Napoli


Noi ci si trova a Napoli stasera.
A fine marzo, sempre a Napoli, questo blog era nato, tra una gita a Jeranto e una spesa al mercato.
Questa volta non so cosa il comitato organizzatore abbia in mente.  Abbiamo un amico degli isterici che non ci è mai stato, gli dobbiamo mostrare la Certosa di San Martino, il Cristo velato e tutto ciò che serve. 
 Gli interesserà anche il Madre, museo in cui torno anche io sempre volentieri. 

Insomma, vedremo.
A me basta sapere che vedrò il mare e che ci sarà luce. 
Vi racconteremo mercoledì, al ritorno, cosa si sarà visto cucinato annusato.
Di lato potete ammirare ViPeron nella sua versione "design victim" in una pausa del FuoriSalone (dove sono state scattate anche le altre foto) in aprile, con ginocchiera d'ordinanza.
A presto!
(PoveraPazza)