"Ma, quando niente sussiste d'un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo."
(M. Proust)

3 aprile 2011

Al SUD II


Povera Pazza è sbarcata a Napoli con accuse di mendacio e promesse di rottura di amicizia. Non senza ragioni. La promessa di un post Sud II  (the revenge) non è mai stata onorata.
Eccoci qua a espiare peccati, colpe e soprattutto omissioni in osservanza di una educazione tanto cattolica da avere ormai il fascino glamour del vintage (tanto mica c'e' qui qualcuno che legge sotto i quaranta).
La prima portata di cui s'è goduto: la cheese cake di baccalà classificata come antipasto in quel viatico che nella prima visita si appellava 'percorso' richiamando una evocativa via che come Chatwin avremmo dovuto forse annotare in una luttuosa moleskine.
La sacerdotessa del Sud perdonerà i maldestri tentativi e molteplici di plagiare le sue creazioni. Ceci ammollati la notte precedente vengono 'scamazzati', dopo esser stati bolliti, con un dionisiaco minipimer aggiungendo sale acqua, olio ad ottenere una purea di fluida consistenza.

Ricotta di bufala con buona pace di pallidi abitanti di basse valli alpine. La ricotta va cotta per una decina di minuti in forno trattenuta nelle sue pulsioni espansive da un 'coppa pasta'. Su queso potrei aprire un excursus che ha un suo modello letterario forse solo nella storia della colonna infame rispetto ai promessi sposi. Scaffalate nei negozi di cilindri da 10 cm che vi costringerebbero a ingollarvi mezzo chilo di ricotta a testa (e si sa che ogni portata al di sopra dei 20 grammi e al di sotto dei 20 euro è una volgare portata da taverna). Dopo estenuate ricerche si son trovati dei meravigliosi 8 cm. Belli e costosi come bracciali di Pianegonda. Per organizzare una cena da 10 vi conviene un finto matrimonio per una vera lista di nozze. Alla fine andrebbero meglio quelli da 6 cm. Nella parte interna i coppa pasta vanno unti di olio e cosparsi senza parsimonia di polveri di semi di finocchio schiacciati in mortaio (memento pulvo es …. e il mio sembra proprio un'urna cineraria).
Meglio avere l'accortezza di poggiare su un foglio di carta da forno i coppa pasta ricottati. I coppa pasta sono stati riempiti solo nella metà inferiore e nella parte superiore vengono colmati con scaglie ampie di mussillo dissalato cotto per 3-4 minuti in acqua bollente. Non usate il coroniello percarità ... Quando fate la bollitura del mussillo di baccalà tenete lontano Amedeo Bolinari.
Gli ho affidato l'impegnativa operazione per dedicarmi momentaneamente alla pulitura di parte delle stoviglie. Mentre ero intento a questi lavacri lustrali mi chiama il Bolinari e mi porge in mano un coperchio, così  distrattamente. Io che, quando ho la centralina nervosa staccata, mantengo ancora una immotivata fiducia nel prossimo, distrattamente lo prendo. La temperatura era quella della fusione del ferro. Le  impronte digitali scomparse dai polpastrelli facevano bella mostra di sè sull'acciao come una meravigliosa sindone postmoderna di Pistoletto. Non ho lavato più il coperchio e le ho lasciate lì depositate in attesa che la polizia, dovendomi arrestare, abbia la possibilità di rilevarle.


Sul piatto di portata va steso un sole di purea di ceci. Sopra si traferisce la cheese cake. Sopra la cheese cake un pomodorino del vesuvio confit (che io ho confittato troppo) e non ultimo una pioggia dorata (i maligni si tacciano) di buccia di limone.

(Viperon)

1 aprile 2011

risotto agli agrumi e crudo di gamberi

 Vi avviso: qui si saccheggia a piene mani. Da forniture alimentari e da idee. 
Il riso è un regalo, come sono un regalo il cedro e i limoni. Le idee ce le siamo rubate, e basta. Ma facciamo ordine.
Di Identità Golose e del risotto di Gennaro Esposito si è già molto parlato, di Marianna Vitale pure, ma questa volta ci siamo andati (come dice Laura, ormai parlo come il Mago Otelma) di persona e abbiamo assaggiato e non solo desiderato. Lei mette ricotta e limone (insieme o separati) in quasi ogni piatto: sono ingredienti che le piacciono, sembra. A noi pure.
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L'altra sera ho pensato di candire il cedro: 
  prelevo la buccia, la sbollento, cambio più acque e la lascio raffreddare dentro l'ultima.
A questo punto mi rimane un'acqua profumatissima che mi spiace buttare e che mi fa ricordare l'infusione di bucce di limone di Gennaro.
Ne farò un risotto, deciso.
Al Sud avevo appena mangiato i bonbon(s) di gambero crudo e ricotta al limone: eureka.
Risotto "inventato"
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160 gr di riso (io santì'andrea regalato, ma di solito uso Carnaroli)
acqua di agrumi, Edda spiega benissimo come farla(io cedro, ma va benissimo il limone)
la polpa di mezzo cedro ( o limone)
10 gamberi (io grigi), sgusciati e privati del budellino
buccia di un limone grattugiata finemente
100 gr di ricotta di pecora
sale, pepe, olio d'oliva
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Condire la ricotta con la buccia del limone e poco sale.
Ridurre la polpa di cedro e i gamberi in dadolata, condirli con un filo d'olio e poco sale.
Avviare il risotto: tostare il riso in pochissimo olio, salare in tostatura e portare a cottura aggiungendo poco a poco l'acqua di cedro.
Mantecare con due cucchiai di ricotta al limone e completare con il crudo di gambero.
Completare, se piace, con pepe macinato al momento.

PoveraPazza ringrazia gli incosapevoli ispiratori.

31 marzo 2011

alfabeto alimentare - E come erbette (dei prati)

In onore della Primavera con la P maiuscola, finalmente arrivata anche a queste infelici latitudini, in onore della mamma che l'ha raccolta e di Antonella che ha fornito le uova delle sue galline.
Un nido di tarassaco e di radicchietto novello che è diventato insalata subito dopo lo scatto.
Adoro le erbe spontanee: tarassaco, borsa del pastore, crescione, primula, silene, piantaggine, ortica, malva. Ma quante ce ne sono? Ognuna con le sue considerevoli proprietà fitoterapiche (..)

Dalle nostre parti tra qualche giorno compariranno anche le famigerate "lingue", erbina che sembra appartenere alle poligonacee e che si consuma cotta.

Le zie, le nonne, le mamme cominciano a pascolare sui prati, curve, ricordando probabilmente le loro antenate mondine, e riempiono sacchi interi di queste erbe oblunghe e un pò durette che verranno stufate con MOLTA acqua e la carne di porco à coté. E la polenta, naturalmente.
Si scatenano rivalità insospettate fra persone altrimenti miti: e quella ne ha raccolte due borse in una mattina - dilettante! - e quell'altra è stata imprecisa - erano piene di fili d'erba, ci ho perso la giornata a mondarle!

Il divertimento è raccogliere, non mangiare.
Mio papà va a cercar funghi da una vita e non ne mangia.
Ma questa è un'altra storia.

(PoveraPazza)

29 marzo 2011

alfabeto alimentare - D come dattero

La D è stata dura. Che alimenti ci sono con la D? Dentice, Dattero, Dado..Poca scelta, che cavolo.
Siccome cucino raramente dolci, vada per il dattero.
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Frutto dell'omonima palma, parla di NordAfrica e Medioriente. Non credo faccia benissimo: con il 60-70% di zuccheri risulta essere molto calorico. Cotto nel latte, sembra essere un toccasana per le vie respiratorie. Una volta ogni tanto si può anche fare uno strappo alla regola, no?

Per questi bicchierini mi sono ispirata ad ingredienti tipici dei Paesi in cui il dattero viene coltivato: ricotta, miele, menta, yougurt. Il risultato non è stucchevole, anzi.

Per quattro bicchierini:

10+6 datteri (io ho usato quelli secchi, ma i freschi sono molto molto migliori)
150 gr di ricotta
2 cucchiai di yougurt greco
1 cucchiaio colmo di miele
2 lime
10 foglie di menta
2 gr di agar-agar
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Spremere i lime e, a caldo, sciogliere il miele nel succo. Aggiungere l'agar agar.
Frullare la ricotta con la menta. Incorporare il succo alla crema.
Tritare a coltello 10 datteri e mescolarli allo yogurt.
Preparare i bicchierini: sul fondo fare uno strato di ricotta e menta e lasciarlo rassodare in frigo per qualche minuto. Successivamente adagiare al centro un cucchiaio di crema di dattero e ricoprire con la ricotta. Decorare ogni bicchierino con tre mezzi datteri.
Lasciare in frigo per una notte.
(PoveraPazza)

25 marzo 2011

pesto di pistacchi e rucola e un sondaggio


 Buongiorno a tutti, sono il pesto di rucola.
Sono molto facile da preparare, basta passare al mixer un mazzetto di rucola selvatica (o almeno biologica), 80 gr di pistacchi sgusciati, un peperoncino, la scorza grattugiata di un limone e il suo succo, sale e olio quanto basta a rendere il composto cremoso ma non molle.
Miglioro se mi si lascia riposare in frigo per qualche ora e sono ottimo con le verdure grigliate (ieri sera erano zucchine, per dire).
Mi accompagno volentieri anche al pesce cotto a vapore o, come nella foto sotto, pochè: si sala del pesce a carne soda (cernia, merluzzo, persico), gli si legano attorno delle erbette (qui, aneto). Nel frattempo, in un pentolino, si fa scaldare dolcemente tanto olio d'oliva quanto basta ad immergerci il pesce. Si può aromatizzare con uno spicco d'aglio senza l'anima e un peperoncino. Sarà pronto per accogliere i filetti quando comincerà a fare piccole bollicine attorno ai corpi estranei. Cuocere a fiamma dolcissima per 7-8 minuti. Mi assicurano sia delizioso.



Ma veniamo al sondaggio: mi si nota di più se mi poso leggiadramente su fondo verde tenero e primaverile, su bianco puro o su nero a contrasto?
L'amica Vinca, che ha aggiunto levità e colore a questi scatti, forse preferice il bianco.
E voi?


(PoveraPazza ha dato voce al pesto)

23 marzo 2011

zuppa zucca azuki - allitterazione fumante


Mai mangiato fino ad oggi i fagioli azuki. Non per antipatia, ma per mancanza di occasione.
In uno dei pacchi di Natale con tag "roba per il blog" e "roba per le cene del giovedì" si trovavano i fagioletti marrone rossiccio, bio. Nel mood primaverile "si deve provare tutto", ho provato a farne germogliare un pugnetto con esiti nulli (dopo tre giorni, nonostante i ripetuti lavaggi e drenaggi e cambi d'acqua, emanavano un puzzo ripugnante. Avevano sì estratto il capino, ma la germinazione era finita lì. Loro son finiti negli scarichi comunali. Amen).
A questo punto si rendeva necessaria una soluzione alternativa. Umido? No, che fa tanto inverno. Dolce? No, che non ho il coraggio. Zuppa? Massì, che la zuppa calda, a sera, fa casa e rassicura.

Questa è una ricetta adattata da una ricetta adattata di Heidi. Adattamento esponenziale.
Che serve? Per quattro o per i soliti due che poi vanno avanti giornate a mangiare la stessa cosa:

1 cucchiaino di cannella in polvere
1 cucchiaino di coriandolo in polvere
2 -3 peperoni verdi piccanti
1 grosso porro (solo la parte bianca)
2 tazze abbondanti di zucca gialla mondata e tagliata a cubetti
1 latta di pomodori a pezzi di buona qualità
2 tazze abbondanti di fagioli azuki precedentemente fatti rinvenire e cotti
coriandolo tritato
olio extra vergine e sale marino integrale
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Scaldare due cucchiai d'olio, aggiungere la cannella, il coriandolo e i peperoni e saltare per un minuto o due. Aggiungere il porro e saltare per altri cinque minuti, fino a quando comincia ad ammorbidirsi. A questo punto versare la zucca, lasciare insaporire e poi aggiungere 5 tazze d'acqua. Far prendere il bollore a fiamma medio-alta, poi abbassare e lasciar sobbollire fino a quando la zucca avrà cominciato ad ammorbidirsi (una decina di minuti).

Con un frullatore a immersione passare grossolamente la zuppa (non deve diventare una vellutata!) e poi aggiungere il pomodoro e successivamente i fagioli cotti.
Proseguire la cottura per altri cinque minuti, aggiustare di sale , cospargere di cordiandolo tritato grossolanamente e servire.
Dai che di zucche se ne trovano ancora un bel pò! Tra pochissimo ci buttiamo su fave, piselli e asparagi!
(PoveraPazza)

21 marzo 2011

Milano da mangiare

 Sono bastian contrario. Leggo il post di Visintin sul Corriere che stronca Cavallaro e mi vien voglia di conoscerlo, 'sto Nicola.
So di una sua lezione per Incontri con lo chef e vado a vedere cosa combina.
Il ragazzo è comunicativo e ha belle idee. Non mi pare che voglia ad ogni costo cercare l'abbinamento stupefacente, ma ha il gusto della contaminazione. Approvo con condiscendenza, chi ama le stesse cose che amo io E' BRAVO. 

Si impasta lo spaghetto al nero di seppia
 Si sgusciano magnifici gamberi rossi

 Si prepara un fumetto di gran lusso

 Si affetta il mango

 e i peperoncini

 Memento

 Si frulla

 Si prepara la sfoglia
 Si impana il tonno
 Si fa rassodare il budino di mandorla

 Con gli avanzi si raviolizza

 commovente battuto di gambero rosso, polvere di cappero e di limone, budino di latte di mandorle e zenzero
 agliooliopeperoncini
 mon Dieu, le foie gras
 manca la papaya, arriverà

budino di latte di cocco e salsa salata all'arancia e extravergine, interessante e non stucchevole.

Prossimamente su questi schermi i goffi tentativi di imitazione della sottoscritta.
Sentite qua, cosa ci è toccato assaggiare: il battuto di gamberi, carta di riso, astice, cime di rapa e salsa piccante al mango, spaghetti al nero con ricci di mare e salsa al topinambour, tonno in crosta (il più ordinario) e il budino.

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Dopo il corpo, lo spirito. Sono anni che penso ad una contaminazione fra arte e cucina. Non sono la sola a rimuginare sull'argomento, pare. Per caso leggo di mangia l'arte, titolo metaforico ( che io farei diventare letterale) di un festival che tratta di cibo come veicolo e scambio fra culture diverse. Una idea interessante che si potrebbe sviluppare collettivamente, eh, ragazzi?!
La grande città, a volte, non è nemica. Stimola e rallegra chi è curioso. E io, modestamente, lo fui.
(PoveraPazza)
Ah! A volte la troppa curiosità frega: carino, ma dimenticabile, il vietnamita provato per cena. Nulla di cui scrivere a casa.


18 marzo 2011

leoni di sera, la mattina PESCI

La cena del giovedì, caduta in un giorno festivo, ha avuto più ospiti del solito.

Aperta, eccezionalmente, a maschi amici e cooperanti, a piume e coccarde tricolore.
Noi ragazze, nel pomeriggio, abbiamo avuto una sessione straordinaria di spignattamento "etnico".
Molte cose da assaggiare in piccola quantità: tapas o mezze, il concetto lo avete capito.
Come al solito non siamo riuscite a cucinare tutto quanto in programma, non abbiamo fatto neppure una foto, ma ci siamo divertite molto.
Magari più avanti posterò le ricette dei fagottini di pasta fillo con erbette e sumac (400 gr di bieta da taglio, 2 cucchiai di pinoli, due di olio d'oliva, uno abbondante di sumac, sale., 1 confezione di pasta fillo, burro per spennellare. Mescolare la bieta mondata e spezzettata con gli altri ingredienti usando le mani. Tagliare a metà nel senso della lunghezza un foglio di pasta fillo, spennellato con burro fuso. Porre un pugnetto di ripieno in un angolo e poi piegare a triangolo come si fa con le buste dell'esselunga. Cuocere in forno a 200° per 15-20 minuti)

del chicken tikka masala, dell'hummus, dei pasteis de bacalhau,dei bicchierini tricolori o del semifreddo di pere martin sec di Pietro, del riso rosso canadese e dei papad, delle crespelle vegetariane di Marco. Il pane senza impasto (questa volta di farro) e l'insalata di cavolo rosso sono già (tristemente?) noti.

La cena del giovedì sta diventando una piacevole consuetudine. Un'occasione per cucinare insieme, per passare del tempo rilassato e rilassante.
Son contenta.
(PoveraPazza)

13 marzo 2011

tu quoque

Tutti fanno il pane senza impasto, là fuori. Anche noi ci avevamo provato con esiti deprimenti.
La scorsa settimana avevamo scovato un video in cui un quattrenne, prezzolato con due tatuaggi all'acqua, si era prodotto in un pane molto molto migliore del nostro (pur cotto filologicamente in ghisa design Alessi). Mumble mumble: il libro di Jim Lahey già l'avevamo, la magnifica farina del Mulino Marino già l'avevamo sprecata una volta. Mancava una casseruolina di ghisa non troppo grande: ce la siamo procacciata (grazie a Filippo) a prezzo modico.
Dunque, pronti via.

Per 600 gr di pane:
farina Manitoba (stavolta, poi si vedrà): 400 gr
sale 8 gr
lievito di birra secco : 5 gr (lui dice 1 gr, ma con così poco a me non lievita)
acqua tiepida: 300 gr
crusca per infarinare 
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In una terrina mescolare farina sale e lievito. Aggiungere l'acqua e mescolare con un cucchiaio di legno. Il composto ottenuto sarà MOLTO colloso. If not, aggiungere uno o due cucchiai d'acqua.
Finito. Coprire con pellicola la terrina e dimenticarsela sul piano della cucina, non al sole, per un periodo che vada da 12 a 18 ore.
Io l'ho lasciata 16 ore. A questo punto sulla superficie dell'impasto si saranno formate delle bolle.
Ciò è bene.
Infarinare generosamente il piano di lavoro e, aiutandosi con una spatola, catafottere l'impasto in un solo pezzo sul piano medesimo. Cercare di dargli una forma tondeggiante usando le mani leggermente infarinate.
Cospargere di crusca un tovagliolo pulito e posare la massa molliccia di acqua e farina con la parte piegata di sotto, pensando: non ci riuscirò neppure stavolta. E' troppo molle.
Ricoverare il fagotto in una terrina stretta e con i bordi alti, in modo che la massa tenda verso l'alto.
Ricoprire con gli angoli del tovagliolo e lasciare lievitare per due ore. Anche qui, bolle a non finire.
Mezz'ora prima che scadano le due ore, arroventare in forno a 250° la pentola di ghisa con coperchio che vi sarete procacciati (ma credo che tutti l'abbiano, mancavo giusto io).
Estrarla con ogni cautela e le opportune misure di sicurezza dal forno e rovesciarci dentro il nostro composto che vuol esser pane, parte piegata in alto. In pratica si rovescia il tovagliolo nella pentola, tenendo una mano sotto a sorreggerlo.
Cuocere, coperto, nel terzo basso del forno per 30 minuti, poi scoprire e cuocere altri 15-30 minuti.
Estrarre e lasciar raffreddare completamente prima di affettare e sbranare con soddisfazione.
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Ecco, so che il mondo non stava con il fiato sospeso ad aspettare che anche qui si producesse il pane più famoso del mondo.  Ma io son contenta che sia venuto.
(PoveraPazza)






12 marzo 2011

purple rain - insalata tiepida di cavolo rosso




Non è primavera. No no no. Un cielo livido e novembrino ci parla di rape e cavoli. Narcisi e giacinti e primule e ranuncoli per ora li immaginiamo solo.  Le notizie dal Giappone mi fanno rabbrividire. E' una giornata blue. Anzi purple. E sta per piovere.

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3 cucchai di semi di girasole
1 cucchiaino di zucchero di canna
sale
olio extravergine di oliva
1 cipolla rossa a dadini
mezzo kg di cavolo rosso a striscioline
gli aghi di un rametto di rosmario, tritati
3 cucchiai di uvetta
1 cucchiaio di aceto balsamico 
50 gr di feta spezzettata

Facile facile. 
Tostare i semi di girasole in una padella antiaderente. Quando sono dorati cospargerli con lo zucchero. Appena si sarà sciolto, trasferire i semi su un piatto, separandoli per evitare che si incollino.
Saltare la cipolla nell'olio per un paio di minuti, con un pizzico di sale. Aggiungere le striscioline di cavolo e un altro pizzico di sale. Saltare ancora per qualche minuto (tre o quattro, non di più), aggiungere il rosmarino tritato e l'aceto. Mescolare bene. L'aceto renderà il cavolo sempre più morbido, ma lo scopo è quello di lasciarlo al dente, dunque prestare un minimo di attenzione in questa fase per evitare di cuocere troppo la verdura. Unire l'uvetta e i semi e da ultimo la feta spezzettata a mano.
Basta, finita. Servire tiepida.
Ho in mente di fare una cena di mezze, giovedì, e in uno slancio di organizzazione ho provato prima  un piatto che offrirò. E' tratto da Tessajara Cookbook, un poco adattato.

(PoveraPazza, più del solito)